La malnutrizione nel paziente oncologico in terapia antiblastica. Riflessioni sul BURN OUT dell’oncologo

La malnutrizione nel paziente oncologico in terapia antiblastica. Riflessioni sul BURN OUT dell’oncologo

Come medico che si occupa da quasi quattordici anni di supporto clinico e nutrizionale dei pazienti oncologici, mi rendo sempre più conto dell’importanza di uno screening nutrizionale e di un eventuale supporto nei soggetti candidati a terapia antiblastica con calo ponderale.

In base alla compromissione o meno del tratto gastroenterico da parte della neoplasia è necessario effettuare un’alimentazione parenterale tramite vie di accesso venoso centrale (PICC. CVC o Port-a-cath) o con supplementazione enterale orale o tramite sonde (SNG-PEG-PEJ).

Il paziente che viene supportato con un apporto calorico adeguato:

  • risponde meglio ai trattamenti eseguiti, supera le complicanze a cui può andare incontro aumentando la possibilità di sopravvivenza;
  • migliora dal punto di vista “performance status”;
  • migliora la qualità della vita;
  • migliora la resistenza immunologica;
  • riduce il catabolismo muscolare e l’infiammazione grazie anche all’azione antiossidante di alcune sostanze assunte.

Quando insorgono complicanze a seguito di trattamenti chemioterapici e/o radioterapici come vomito incoercibile, mucositi e stomatiti severe con dolore e difficoltà a masticare e a deglutire, con secchezza delle fauci secondaria alla riduzione della produzione della saliva, è necessario un supporto con parenterali e idratazioni endovenose di soluzioni fisiologiche, reidratanti, glucosate.

In pazienti con tumore testa-collo, con una disfagia meccanica, è importante l’impianto precoce di PEG o di PEJ per avere un sicuro accesso nutrizionale al tratto gastroenterico.

Nella fase terminale in cui il paziente non è più suscettibile di nessun trattamento specifico a causa della progressione della malattia, il protocollo nutrizionale va rivisto criticamente e delle volte sostituito dalla idratazione.

In questa fase avanzata è importante garantire il trattamento del dolore e un adeguato supporto psicologico al paziente e alla famiglia. Ma non solo a loro.

Il medico che vede sfuggirsi dalle mani un malato può, per una serie di fattori psicologici, cadere nella sindrome del burn out.

Questo concetto fu introdotto per la prima volta da Freudenberger per descrivere una condizione di stress psicologico lavoro-correlato che interessava gli operatori socio-sanitari dovuta al prolungato contatto con pazienti sofferenti e in fin di vita.

Il più ampio studio italiano sull’argomento è una ricerca multicentrica che ha coinvolto 440 soggetti tra medici e infermieri, appartenenti a 9 diversi centri di oncoematologia sparsi nel territorio. I risultati hanno mostrato, in linea con le percentuali di altri paesi occidentali, i seguenti valori medi tra le due categorie professionali: esaurimento emotivo 32%; depersonalizzazione 26,7% e ridotta realizzazione personale 13,9%.

Fornire assistenza ai pazienti in un momento particolarmente vulnerabile della loro vita e aiutarli ad alleviare le loro sofferenze può dare agli operatori un senso di autoefficacia, ricordando loro la preziosità e la fragilità della vita. Queste esperienze, se riconosciute e promosse, possono a loro volta sottolineare l’importanza della cura di sé, tra cui vivere nel presente, coltivando significative relazioni personali e professionali e sviluppando la capacità di dialogare con i vari componenti del team nutrizionale.

Indispensabile figura del team è quella dello psicologo, che deve supportare periodicamente i vari operatori al di là della personale necessità di “aiuto”, spesso non avvertita perché rifiutata o cancellata dagli inconsci meccanismi di difesa che, alla fine, sono causa ed effetto del burn out.

Antonella Simili, Specialista in Reumatologia

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